Gioele P. Cima, Il Seminario Perpetuo. Il tardo e l’ultimo Lacan

Ad oggi, l’insegnamento di Lacan è stato largamente assorbito da quello che lui stesso definiva sprezzantemente «il discorso dell’Università»: ogni anno il nome di Lacan appare in decine o persino centinaia di pubblicazioni, che spaziano dalla psicoanalisi alla filosofia, diramandosi sino alla letteratura, le scienze sociali e persino l’architettura. Tuttavia la sua attuale ricezione rimane ancora drasticamente oscurata da tre importanti punti ciechi, che questo libro definisce “oscurantismi”: tre specifici momenti che, per ragioni principalmente editoriali (si tratta di contributi ancora inediti) sono rimasti tagliati fuori dalle valutazioni complessive del suo insegnamento. Tali zone oscure, che contribuiscono ad alimentare ulteriormente la penombra leggendaria di Lacan e a ribadire la sua nomea di autore “difficile”, hanno esercitato negli anni un effetto di vera e propria conservazione – se non persino di immunizzazione – restituendoci un’immagine di Lacan ridimensionata, inevitabilmente omologata alla sua identità editoriale. Questo libro mira a scardinare il terzo oscurantismo lacaniano, e cioè la sequenza finale dei Seminari dello psicoanalista francese (xxi, xxii, xxiv, xxv, xxvi, xxvii), fornendo un’introduzione critica al pensiero del tardo e dell’ultimo Lacan. Analizzando i concetti chiave di questo periodo (la costitutiva “stupidità” del sapere, il nodo borromeo, la spazialità, la metalingua, l’ipotesi del terzo sesso, la temporalità e l’inconscio une-bévue), il libro intende mostrare come la conclusione logica dell’insegnamento di Lacan corrisponda necessariamente alla sua conclusione cronologica, e cioè ad un Seminario Perpetuo.

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