Nella conferenza del 15–16 gennaio studiosi ed esperti internazionali del pensiero di Hannah Arendt si riuniranno a Vilnius, presso l’Imperial Hotel, per riflettere sulle sfide dell’Europa del XXI secolo a partire dalla sua filosofia politica.
La fine della Seconda guerra mondiale e, soprattutto, la caduta dell’Impero sovietico hanno dato origine all’idea della cosiddetta “fine della storia”: la convinzione che il mondo fosse destinato a un inevitabile progresso politico e morale. Questa visione ha inaugurato una nuova fase della politica, segnata dall’esaltazione della governance procedurale e amministrativa, a discapito della volontà politica, della responsabilità individuale e di un’azione politica autentica.
Hannah Arendt mise in guardia contro questi sviluppi, prevedendo il rischio di ridurre lo Stato a una macchina amministrativa, capace di risolvere i conflitti attraverso la burocrazia anziché tramite la deliberazione politica; un processo che, secondo Arendt, non avrebbe portato alla fine della politica, ma all’emergere di una nuova forma di dispotismo su larga scala.
Oggi, la riemersione dell’uso della forza e il ritorno del conflitto nel continente europeo hanno messo in luce i limiti di una concezione del mondo che mirava a depoliticizzare la vita pubblica.
Di fronte a queste sfide, è doveroso porsi alcune domande cruciali: la politica, fondata sulla responsabilità e sull’azione individuale, ha ancora un significato?
Quale potrebbe essere un fondamento positivo della vita politica in un’epoca sempre più segnata dalla paura, dalla polarizzazione e dalla violenza?




